Vendemmia in Bellavista
Fabio Geda, giovane scrittore e autore di successo del libro “Nel mare ci sono i coccodrilli” , ha raccontato la sua vendemmia in Bellavista e da questa bellissima narrazione abbiamo tratto spunto per lanciare il concorso che premierà il racconto migliore, quello che riuscirà ad evocare con più forza la magia di un evento che di anno in anno forma il carattere dei vini e rende più affascinante la scoperta dei piccoli territori di pregio.
Leggi il racconto di Fabio Geda
Nutro una bizzarra passione per il Giappone. Bizzarra perché io, in Giappone, non ci sono mai stato; non ho parenti giapponesi, non ho gli occhi a mandorla, non mi è mai capitato di studiare materie che avessero a che fare con il mondo nipponico, e al sushi, a dirla tutta, preferisco la Bagna Càuda. Tuttavia, del Giappone amo molto l’estetica.
Lo shibusa, uno degli ideali estetici giapponesi, è stato definito molti anni fa, da uno studioso della materia, come una situazione, un oggetto o un luogo “sotto controllo”. Qualcosa è shibuj se è naturale e profondo, non volgare e ostentato; se appare semplice senza essere grezzo, austero senza essere grave. E questo perché, secondo l’estetica giapponese, è la raffinatezza a trasmettere la più intensa gioia spirituale. Ecco, a me viene da pensare al concetto di shibusa, quando penso alle vendemmia in Franciacorta.
La vendemmia è shibuj perché è: semplice. Non perché sia facile, o banale – non lo è nemmeno un po’, anzi, dietro alla vendemmia, ho scoperto, esistono diverse professionalità da tenere in grande considerazione: materia per iniziati, segreti alchemici. Ma perché nei casi in cui la tradizione permea come un liquido denso nella tecnologia e nella scienza, be’, è questo il miglior risultato possibile: una incredibile impressione di semplicità. I gesti sono rapidi. I movimenti antichi e sicuri. Tutto è armonioso, anche nella più imprevista delle emergenze. Qualcosa di troppo complesso non può essere shibuj – o almeno così mi è stato detto da un amico giapponese. Ma la complessa e completa semplicità della vendemmia lo è. O almeno è così che l’ho vissuta, che l’ho sentita.
La vendemmia è shibuj perché è: implicita. Quello che voglio dire, è che il senso profondo della vendemmia lo si vede soltanto se si fa vuoto dentro se stessi. Se si dedica del tempo all’osservazione quieta. Faccio un esempio: fissando un giardino di meditazione Zen, la prima impressione è quella di una più o meno semplice composizione di sassi e ghiaia. Tuttavia, se uno resta lì a guardare, dopo un po’, ecco affiorare diversi significati: montagne che si elevano al di sopra delle nuvole, isole circondate dal mare, sogni. Se uno si ferma a guardare una vendemmia, così, come prima impressione, rischia di non vedere altro che uomini e macchine, filari e colline. Ma se uno dedica all’osservazione quel tanto da lasciare che i colori e le forme si sedimentino negli occhi, ecco, allora, emergere il vero senso di ciò che sta guardando. E lì. Lo vedete? Esce dalla terra, come l’umidità – con l’umidità. Sosta in banchi di luce lattiginosa, insieme alla foschia. E allora non sono più solo uomini e viticci, raspi e forbici, no, ma battaglie e guerrieri, universi e relazioni: il conflittuale, passionale rapporto che lega l’uomo alla natura.
La vendemmia è shibuj perché è: umile. I maestri giapponesi insegnano che un oggetto shibuj non deve far pesare la sua presenza, né sottolineare la personalità dell’artista o dell'artigiano. Allo stesso modo – penso io, ditemi se è vero – di tutto il lavoro, tutta la fatica e tutto il sudore della vendemmia, quasi non resta traccia, nel vino. Alla fine, è solo il vino ad attirare su di sé tutta l’attenzione. È come se fosse sempre stato così, il vino. Ma la sua perfezione la deve all’umiltà di chi lo ha prodotto. Alla pazienza. Certo, la gente la vedi correre, a volte, la senti gridare che manca questo e che bisogna andare su e andare giù. Ma se ci si siede all’alba tra i filari, non si può che ammirare la serenità e la compostezza di chi ha il compito di separare i grappoli buoni da quelli malati, di parlare alle piante e agli acini, e ringraziarli per quello che concedono all’uomo. Ecco. Ancora il Giappone – avete presente la cerimonia del tè? Che si suppone porti serenità allo spirito. Dal momento in cui uno imbocca il sentiero che conduce alla sala da tè, i problemi, i rumori del mondo sono lasciati alle spalle. Una volta dentro, non si sente un suono, tranne quello dell'ebollizione dell'acqua e il fruscio del pennello. Non so dove sono stato quando sono stato, al sorgere del sole, a veder cominciare la vendemmia, ma quello che mi resta nella memoria e l’ebollizione dell’acqua e il fruscio del pennello – il chiacchiericcio della gente e il fruscio delle foglie. Sarà che sono io, che vedo e sento il Giappone dappertutto? Sarà che sono io, che vedo e sento la vendemmia dappertutto? Vendemmia dello spirito.
Ma oltre a essere così – semplice, implicita, umile – oltre a essere shibuj, be’, la vendemmia è più di tutto celebrazione. Così come dovrebbe essere la vita. Un lento grazie per quello che la natura offre e per ciò che l’uomo riesce a ottenere da lei. Un generoso inchino al mistero del tempo e delle stagioni. Un plauso al sole e alla luna. Un sorriso benevolo alla pioggia. Un urlo di sangue alla grandine. Una carezza premurosa alla terra. Chi si appresta a fare vendemmia con questo spirito è un guardiano del tempo, un eroe di quest’epoca arsa e caotica, colonialista, che ha dimostrato così poco rispetto per il pianeta. Il vignaiolo, ecco, io penso che il vignaiolo curi il mondo con quei suoi paletti conficcati nel terreno – una immensa agopuntura rigeneratrice. Penso che il vignaiolo stia a lì a ricordarci chi eravamo. E chi potremo diventare. Volendolo. Sognandolo. Rimboccandoci le maniche.
Bellavista, Vendemmia 27 agosto 2010